Long COVID: la malattia dopo la malattia

Problemi respiratori, stanchezza e dolori – anche dopo l’infezione da COVID molte persone continuano ad avere sintomi fastidiosi. Ma cosa si sa sugli effetti a lungo termine del coronavirus e quali sono le incertezze degli scienziati? L’epidemiologo Milo Puhan fa il punto sulla ricerca del Long COVID.

Testo: Katharina Rilling; fotos: Unsplash / Frank Brüderli

Solo immaginazione: cosa risponderebbe agli scettici che sono convinti che il Long COVID non esista?

I fatti contraddicono questa affermazione. I sintomi post-virali si verificano anche con altre infezioni virali, non si tratta di un fenomeno nuovo. Se nel caso del COVID-19 questi sembrano essere più pronunciati e facilmente riconoscibili, può essere dovuto al gran numero di persone ammalatesi. Stiamo parlando di attualmente più di due milioni solo in Svizzera! Si tratta di dimensioni completamente nuove.

Quali sono attualmente i fatti confermati riguardo al Long COVID e quali sono i suoi sintomi?

Sappiamo che si tratta di una sindrome molto varia con diversi sintomi o combinazioni di sintomi. Per alcune persone i sintomi persistono dopo la fase acuta della malattia. Per altre, anche quelle con un decorso lieve o addirittura asintomatico della malattia, i disturbi come per esempio persistente mancanza di respiro, stanchezza cronica o dolori articolari e muscolari si manifestano improvvisamente dopo.

Quante persone sono colpite dalle conseguenze del Long COVID?

Si sta lentamente affermando che tre mesi dopo l’infezione virale, circa il 20-25% soffre di sintomi di Long COVID. Dopo sei mesi, ne è interessato ancora all’incirca il 15-20%: alcuni di loro continuano ad avere solo sintomi lievi, mentre altri soffrono di gravi disturbi.

Sappiamo quali sono i gruppi di persone più colpiti?

Le donne sono colpite molto più spesso degli uomini. Al momento, non esiste una chiara spiegazione per questo. Gli uomini, per esempio, tendenzialmente si ammalano più gravemente di COVID-19. Le donne hanno disturbi minori nella fase acuta, perché il loro sistema immunitario reagisce più fortemente a un’infezione. Ma in generale hanno una maggiore probabilità di contrarre una malattia autoimmune, che può essere innescata da un virus. Così la forte risposta immunitaria è improvvisamente diretta contro il proprio corpo. Ma è anche possibile che le donne percepiscano meglio i sintomi. Probabilmente è una combinazione di entrambi i fattori.

Abbiamo osservato che molti non osano andare dal medico. Perché? Per paura di non essere presi sul serio».

Allora gli effetti a lungo termine del COVID-19 sono una malattia autoimmune?

Questa è solo una teoria, ma ci sono molte incognite: quali altri disturbi fanno parte del decorso acuto? Quali derivano da una risposta immunitaria o da una reazione autoimmune appena sviluppata? La risposta a queste domande sarebbe ovviamente importante per la prevenzione e la terapia. Sono sicuro che ne sapremo molto di più nei prossimi mesi.

Un tema delicato: quanto spesso sono colpiti i bambini da Long COVID?

Si sa molto poco su questo. Finora la percentuale dei casi di bambini con un grave decorso a lungo termine in Svizzera è del 2 al 3%. Secondo uno studio realizzato in Italia, il 40% dei bambini con un grave decorso della malattia ha continuato ad avere problemi. Ma si tratta di scenari da incubo, visto che solo pochissimi bambini finiscono in ospedale. La stragrande maggioranza ha pochi o nessun sintomo nella fase acuta. E su di loro non abbiamo risultati definitivi per quanto riguarda il Long COVID. Ciò nonostante, nella lotta contro il COVID-19, non dobbiamo dimenticare i bambini. Si sa che i bambini saranno gli ultimi a essere vaccinati. Bisogna assolutamente evitare che il problema del Long COVID si estenda anche ai più giovani.

Il vaccino aiuta contro il Long COVID? Secondo lei, i pazienti dovrebbero essere vaccinati prima?

Non è ancora chiaro quanto le vaccinazioni aiutino. Perciò non è del tutto facile dare la priorità alle persone con Long COVID. Ma spero che presto possano essere vaccinati tutti coloro che lo desiderano.

A che punto sono gli studi? Ci sono sorprese – qualcosa che la stupisce?

La gamma dei risultati degli studi è così ampia che nulla mi sorprende più. Ma un fatto è certo: finora ci sono pochissime prove sui fattori socioeconomici. In Svizzera, non abbiamo praticamente nulla su questa questione. Ma in Inghilterra, una parte molto grande della popolazione abile al lavoro dice di avere problemi dopo essersi ammalata, e molti non sono più in grado di lavorare a tempo pieno. Lì si parla del 50-70 percento! Le cifre sembrano incredibilmente alte. Sono ansioso di vedere i risultati dello studio Long COVID sulla Svizzera, e spero davvero che le cifre qui siano molto più basse.