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DDAI: un problema e un potenziale allo stesso tempo

Per i bambini irrequieti o molto trasognati, un tempo chiamati saltamartini o sognatori, oggi c’è spesso una spiegazione medica: DDAI. Perché e come andrebbe trattato il Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, in breve DDAI, e come si convive con questa diagnosi da adulti.

Testo: Katharina Rilling; foto: iStock

Sono subito distratti e sembrano persi, a volte anche trasognanti. Fanno fatica a concentrarsi e spostano i lavori fino all’ultimo minuto. Alcuni sono fisicamente irrequieti o hanno difficoltà nei contatti sociali. Molti infrangono le regole e sono vittime di mobbing. Non tutti i bambini sono fatti per stare seduti fermi a scuola – o no? I genitori si chiedono spesso: sarà ancora nella norma o si tratta di DDAI?

La diagnosi del cosiddetto Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività può essere formulata soltanto da medici e psicologi. Solo che negli ultimi anni è stato fatto forse troppo spesso: si è parlato di un’ondata di prescrizioni del medicinale alla moda, il Ritalin, di diagnosi sbagliate, persino di un’intera generazione DDAI. Questo è quanto conferma anche Stephan Kupferschmid, primario di psichiatria per giovani e giovani adulti presso l’Istituto di psichiatria integrata di Winterthur – Unterland zurighese, IPW: «Lavoro da 16 anni in questo ramo e ho notato che la diagnosi DDAI è sempre stata molto movimentata e a volte estremamente controversa. Negli ultimi anni ci si è chiesti se il disturbo psichico era stato diagnosticato troppo spesso.»

Cosa causa il DDAI? 

Nelle persone con DDAI l’equilibrio delle sostanze nel cervello (neurotrasmettitori) è disturbato, soprattutto la dopamina e la noradrenalina giocano un ruolo importante. Ne consegue che l’autogestione e l’attenzione riescono sempre più difficili. Secondo Kupferschmid si parte in generale da un modello bio-psico-sociale. Le premesse per il DDAI sono eterogenee e finora non completamente chiarite. Un ruolo importante viene attribuito alle predisposizioni genetiche nonché agli influssi prenatali, perinatali e postnatali.

DDAI: sintomi in età infantile e adulta

Inizialmente questo disturbo del comportamento veniva ascritto tipicamente ai maschietti. Il DDAI o il DDA veniva e viene tuttora diagnosticato di rado nelle femmine. Questo soprattutto perché i sintomi si manifestano spesso diversamente nei maschietti. Le bambine sono più trasognate e silenziose, si mostrano meno impulsive e iperattive e pertanto vengono notate meno. Da recenti studi è inoltre emerso che il DDAI non finisce con il 18° compleanno. Nella maggior parte degli interessati l’iperattività diminuisce con il passare degli anni, ma i problemi di attenzione rimangono. «Il tema è quindi approdato nella psichiatria per adulti», sottolinea Stephan Kupferschmid.

Medicinali come il Ritalin contro il DDAI?

Nel frattempo il DDAI viene diagnosticato meno spesso, con più cautela e in modo più oculato. Nella diagnosi confluiscono varie osservazioni: a genitori e insegnanti viene chiesto come si comporta il bambino e si stabilisce il suo livello di sofferenza. Gli esami psicologici e neurologici come test dell’attenzione completano l’immagine. I medicinali come l’ormai noto Ritalin non figurano più automaticamente sulla prescrizione medica. «Proprio se si tratta di bambini, la questione dei medicinali è delicata. Consideriamo ogni caso individualmente», afferma Kupferschmid. Dopo l’assunzione del Ritalin molti bambini soffrono di cali d’umore improvvisi. «In tal caso la medicazione viene rivalutata ed eventualmente adeguata per evitare gli effetti collaterali come il peggioramento dello stato d’umore», spiega Kupferschmid.

La buona notizia è che il Ritalin viene smaltito in poco tempo dal corpo. E se la diagnosi DDAI non fosse del tutto corretta, nella maggior parte dei casi il medicinale sarebbe inefficace e potrebbe essere direttamente sospeso. Di recente vengono anche prescritti sempre più spesso preparati a base di anfetamine . Gli effetti collaterali in questo caso sono problemi del sonno o perdita dell’appetito.

I vantaggi di un trattamento medicinale prevalgono tuttavia nella maggior parte dei casi. Di questo Kupferschmid ne è certo. «I medicinali contro il DDAI sono a mio avviso ben ricercati, non creano dipendenza e spesso sono ben tollerati.» Bisogna del resto valutare anche le conseguenze nel caso in cui il disturbo non venisse trattato: proprio i giovani subirebbero più incidenti stradali, avrebbero un livello scolastico inferiore e farebbero più spesso uso di droghe. In età adulta sarebbero più frequenti i divorzi. Il DDAI rimane pertanto un tema importante per tutta la vita.

«Spesso si dimentica che il DDAI ha anche molti lati positivi.»

Imparare ad apprezzare il DDAI

Oltre a prescrivere medicinli, si punta soprattutto sulla psicoterapia e sul sostegno pedagogico in ambito scolastico (cfr. consigli per genitori). Si sono ottenuti buoni risultati anche con l’ergoterapia. Il neurofeedback può aiutare i bambini più grandi a concentrarsi meglio. L’obiettivo non è tuttavia la guarigione. «Perché spesso si dimentica che il DDAI ha anche molti lati positivi. Le persone colpite che conoscono i loro punti di forza e le loro debolezze e sono in grado di adeguare il proprio stile di vita, beneficiano proprio di detti vantaggi», sottolinea il primario. Molte sono infatti menti creative e di rapido apprendimento, curiose e aperte, in particolare per quanto riguarda le nuove tecnologie. Serbano meno rancore, in compenso sono più disinvolte e non temono di lasciare la via comprovata per trovare nuove soluzioni. Molte sono anche in grado di approfondire un tema che le affascina e che corrisponde alle proprie capacità. Forse in tal caso è più opportuno un apprendistato in cui si può lavorare in modo creativo e dove non si tratta di eseguire qualcosa in modo preciso. Oppure uno studio che corrisponde al tema preferito e lascia spazio al moto. 

Il paziente più anziano di Kupferschmid ha del resto 60 anni. Lui ha ricevuto la diagnosi DDAI soltanto dieci anni fa. «Nell’amministrazione l’uomo funzionava bene. Poi ha però deciso di intraprendere un’attività indipendente in cui doveva organizzare tutto da solo. Lì sono cominciati i problemi. Finché il disturbo è diventato evidente», racconta Kupferschmid. Trovare la propria giusta via: per le persone affette da DDAI può costituire il compito di una vita. Una vita con grandi prospettive di successo.