Dossier: Mentalmente forti

Pillola dopo pillola: quando si diventa dipendenti

Quando non si può più farne a meno: una dipendenza mette a rischio la salute e compromette la qualità di vita. Anche con determinati medicinali bisogna fare molta attenzione. Come si diventa dipendenti da farmaci, quali sono i primi segnali e come disassuefarsi?

Testo: Julie Freudiger; foto: iStock

La dipendenza ha molte facce. Non sono soltanto le droghe, l’alcol o il tabacco a crearla, bensì anche i farmaci. Spesso inizia in modo subdolo, senza che si noti. I medicinali sono infatti facili da procurare e sono considerati poco problematici. Secondo le stime, in Svizzera circa 400 000 persone assumono quotidianamente medicinali con potenziale di dipendenza. Un consumo preoccupante. Soprattutto i sonniferi e i calmanti del gruppo delle benzodiazepine, i cosiddetti ansiolitici, e del gruppo Z nonché forti antidolorifici oppioidi celano un elevato rischio di dipendenza, se assunti impropriamente.

In Svizzera, la dipendenza da benzodiazepina è preceduta soltanto dalla dipendenza da nicotina e dalla dipendenza da alcol. Anche i medicinali per la cura dei disturbi causati da deficit di attenzione o da iperattività, come ad esempio il Ritalin, possono creare dipendenza e dovrebbero essere assunti soltanto per la cura dell’ADHD. Lo stesso vale per farmaci contro la tosse a base di codeina o destrometorfano, che vengono consapevolmente assunti in eccesso e in modo abusivo.

La dipendenza è una malattia che può essere evitata e soprattutto curata.

Quando si parla di dipendenza? 

Ma non tutti i farmaci creano dipendenza. Neanche se si assumono in modo duraturo. Esistono molti farmaci, come ad esempio gli antidepressivi, che creano una certa assuefazione, ma questa non è da considerarsi una dipendenza. Il corpo o la psiche si abituano semplicemente all’effetto e reagiscono quando il farmaco viene sospeso. 

Allora cos’è una dipendenza? «La dipendenza è una malattia diagnosticabile a livello medico che non ha niente a che fare con la scarsa forza di volontà», sottolinea Domenic Schnoz, responsabile del servizio specialistico di Zurigo sulla prevenzione degli abusi di farmaci ZFPS. «La dipendenza è una malattia che può essere evitata e soprattutto curata.» Per la diagnosi devono essersi manifestati almeno tre dei seguenti sintomi negli ultimi dodici mesi: 

  • Una forte ossessione o un forte desiderio di assumere il farmaco.
  • Sviluppo di tolleranza nei confronti del farmaco. Se ad esempio la dose o la frequenza devono essere aumentate per ottenere lo stesso effetto.
  • Sintomi di astinenza fisici, appena si sospende il farmaco o si riduce la dose.
  • Scarso controllo del momento e della frequenza del consumo.
  • Trascuratezza di altre attività a favore del consumo, dell’acquisto della sostanza o del recupero dal consumo.
  • Danni conseguenti inequivocabili. 

Se qualcuno è davvero dipendente o meno può essere diagnosticato soltanto da uno specialista. Ciò che comunemente viene già definito dipendenza spesso si distingue dalla diagnosi medica vera e propria, spiega Schnoz. «Solo perché la mattina non tremo quando mi alzo e non bevo subito un bicchiere di vino, non significa che non sono dipendente dall’alcol.» 

Anche i pazienti devono assumersi le loro responsabilità: dovrebbero fare domande, informarsi e prendere in considerazione delle alternative.

Come si crea una dipendenza da farmaci

Il rischio di sviluppare una dipendenza sussiste soprattutto se una persona assume medicinali soggetti a prescrizione medica senza ricetta o non si attiene alla prescrizione, ossia superando la dose, il periodo di assunzione o senza necessità medica. Un simile abuso di farmaci può essere letale, soprattutto se abbinato ad alcol o altre sostanze.

Anche se i medici sorvegliano l’assunzione del farmaco, vi è comunque il rischio di dipendenza, seppur minore. La dipendenza da un farmaco a basso dosaggio è tuttavia difficile da riconoscere poiché la dose non è mai stata aumentata e i sintomi della crisi di astinenza assomigliano a quelli originari. Può quindi capitare che una paziente provi nuovamente irrequietezza e stati d’ansia dopo aver sospeso l’assunzione di sonniferi e calmanti. Quelli che sembrerebbero sintomi riaffiorati sono in realtà sintomi da astinenza. 

Per evitare una dipendenza da farmaci è richiesta la cooperazione di tutte le persone coinvolte. «Il medico deve prescrivere i farmaci in modo oculato e accompagnare l’assunzione. Ma anche i pazienti devono assumersi le loro responsabilità: dovrebbero fare domande, informarsi e prendere in considerazione delle alternative», spiega l’esperto in materia di dipendenze Schnoz. In caso di dubbio si può richiedere un secondo parere. Prima regola: i medicinali soggetti a prescrizione possono essere prescritti soltanto dal medico curante e devono tenere conto di eventuali altri medicinali del paziente.

Alternative e disassuefazione

Chi ha l’impressione di essere personalmente o di conoscere qualcuno dipendente dai farmaci, dovrebbe cercare assolutamente l’aiuto di uno specialista. Una disintossicazione di propria iniziativa non è certo una buona idea. Da un lato, infatti, la pura forza di volontà non basta, dall’altro possono verificarsi gravi complicazioni fatali. Il tipo di terapia dipende dai presupposti e dalle preferenze personali: è possibile effettuare una disintossicazione a domicilio, accompagnata dal medico di famiglia, una terapia ambulatoriale in un apposito centro oppure un ricovero in una clinica. 

I medicinali possono costituire un importante pilastro di una cura, ma non sono la soluzione ad ogni problema. Proprio i sonniferi o i calmanti sono pensati per le situazioni di crisi e non per un uso continuato. Non è tuttavia possibile generalizzare le alternative ai trattamenti farmacologici, come sottolinea Schnoz.

«Ogni persona deve cercare di capire se nel suo caso è meglio optare per una terapia cognitivo-comportamentale, una fisioterapia o la medicina alternativa. Sul fronte del trattamento del dolore vi sono ad esempio casi in cui la terapia comportamentale si rivela più efficace di un farmaco.» Fare più moto nella vita quotidiana, adeguare lo stile di vita, condurre una vita meno sedentaria, acquistare un nuovo materasso, tutto questo può contribuire a ridurre i dolori. Anche i sonniferi e i calmanti spesso leniscono soltanto il sintomo ma non curano la causa e di regola non costituiscono una soluzione duratura. L’importante è accompagnare queste persone a lungo termine e affrontare il problema su tutti i fronti.

In caso di naso chiuso gli spray decongestionanti sono molto allettanti; chi non vorrebbe poter tornare a respirare liberamente in un batter d’occhio? Ma c’è un problema: le mucose si abituano rapidamente alla sostanza contenuta nello spray e si verifica il cosiddetto effetto di rebound.

Dopo che l’effetto cessa, le mucose si gonfiano ancora più di prima. Si può verificare un raffreddore cronico, le mucose si asciugano e si screpolano, causando frequenti perdite di sangue dal naso. Nel peggiore dei casi si rischia persino una cosiddetta ozena. La secchezza della mucosa nasale favorisce l’insediamento di batteri che fanno emanare un cattivo odore. Poiché viene danneggiato il proprio olfatto, l’odore sgradevole viene spesso percepito dapprima da chi ci sta vicino.

In alternativa si può optare per spray nasali con soluzioni fisiologiche od oli eterici nonché docce nasali. Se si è già assuefatti, il naso deve essere sottoposto a «disassuefazione»: 

  • Da 100 a 0: per una drastica disassuefazione serve molta forza di volontà e il rischio di una ricaduta è enorme.
  • Riduzione graduale: arrivati alla metà, riempire lo spray nasale con una soluzione fisiologica. Quando il flacone è nuovamente vuoto a metà, tornare a riempirlo con una soluzione fisiologica. Continuare finché il flacone non contiene soltanto la soluzione fisiologica.
  • Terapia «mono-cavità»: disassuefare prima una cavità, poi l’altra. 

In caso di forti sintomi è bene consultare un medico.